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In punta di fioretto si vince

Arianna Errigo è la più giovane atleta della squadra femminile italiana di scherma. Quest’anno ai mondiali di Parigi ha vinto la medaglia d’argento, battendo in semifinale Valentina Vezzali, campionessa indiscussa della scherma femminile. Poi insieme hanno vinto la medaglia d’oro nella gara a squadre.

Quali sono i vantaggi e le difficoltà per una ragazza di 22 anni che entra nella squadra nazionale accanto alle più grandi campionesse della scherma non solo italiana?

Per me è stato un grandissimo stimolo avere davanti Valentina Vezzali, Giovanna Trillini, M;argherita Grambassi: mi hanno dato sempre una grande forza e la voglia di dimostrare che anche io posso batterle e vincere. Entrare nella squadra non è stato affatto facile, però in pedana quello che conta sono i risultati, non hanno valore né l’età né nient’altro. Se si riesce a dimostrare di essere all’altezza con la determinazione, con la grinta e con la serietà nell’allenamento allora si merita di entrare in squadra: è così che abbiamo stravinto per due anni.

Quali requisiti servono per puntare in alto?

Il talento non basta. Insieme a quello ci vuole tanto altro. Io il salto di qualità lo ho fatto con l’allenamento. Fino a quando ero under 20 ero molto pigra e non avevo voglia di allenarmi tanto. Se tornassi indietro comincerei da più piccola. Se lo avessi fatto avrei potuto vincere di più e prima. Ho cominciato la preparazione atletica a 20 anni, un anno fa, ma avrei dovuto cominciare anni fa. Si fanno tantissimi sacrifici ma sono nulla in confronto a quello che ti dà una medaglia: li rifaresti cento miliardi di volte in cambio di quella soddisfazione.

Quale atleta è un riferimento per te?

Giovanna Trillini, mi è sempre piaciuta per la scherma dinamica, la sento vicina nello stile.

Il prossimo obiettivo schermistico?

La medaglia d’oro a Londra alle olimpiadi del 2010. Però si deve fare un passo alla volta: adesso sto lavorando per l’oro di Catania; l’anno prossimo si lavorerà per cercare di conquistarlo anche a Londra.

E un obiettivo non schermistico?

Avere una bellissima famiglia.

A quanti anni hai cominciato a tirare?

A sei anni. Ho iniziato nella palestra di Monza con il mio primo maestro Giuseppe David, che purtroppo è venuto a mancare proprio ieri. Mi sono appassionata a questo sport anche grazie a lui e poi sono venuti i risultati.

Quanto conta il maestro per la formazione di una campionessa?

Il maestro è fondamentale perché non è solo una guida dal punto di vista tecnico, a volte è un secondo padre, è una persona che ti segue in palestra e non solo lì. Il maestro è un riferimento con cui parli dei tuoi problemi, passi tantissimo tempo insieme lui, condividi i viaggi, le medaglie e i sacrifici. A me non basta che sia bravo tecnicamente, deve essere anche una persona con cui io mi riesca ad aprire, a condividere i problemi e tutto il resto. Eppure al mio maestro non ho mai dato del tu, ho sempre detto “buongiorno e buonasera maestro”, mai una confidenza che andasse al di là, sempre il rispetto assoluto..

Hai citato il tuo primo maestro, qual è un insegnamento o ricordo legato a lui che porti ancora con te?

Io ringrazio il primo maestro per tutto quello che mi ha insegnato. Quando impari certe cosa da piccolo ti restano per tutta la vita. Ricordo in particolare tre lezioni che mi ha dato quando avevo più o meno dieci anni e che le porto con me fine ad oggi, il primo è:“quando imparerai a piegare le gambe non ti batterà più nessuno”. Ed è vero, è proprio così.

Poi alle gare non stava mai a bordo pedana ad assistermi durante l’assalto, e io ci restavo male, “ma maestro perché non viene mai a vedermi?”, gli dicevo io, e lui rispondeva, “io ti sto lontano e non ti do i consigli perché devi imparare a reggere l’assalto da sola”. Magari lì per lì non capivo certe cose ma sono stati dei grandissimi insegnamenti.

Poi un’altra cosa, quando mi arrabbiavo mi diceva:“Ma Arianna non ti arrabbiare, se l’arbitro sbaglia tu fai accendere una luce sola”.

Come hai fatto a Parigi con l’ultima stoccata in semifinale contro Valentina Vezzali?

Sì, proprio come quell’ultima stoccata.

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