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Trasgredire con Sisifo

C’erano studenti e magistrati, psicologi e giornalisti, storici dell’arte e guardie penitenziarie. C’erano Rembrandt, Giorgione e Caravaggio. E c’era il mito: quello di Sisifo, recitato dai detenuti della casa circondariale San Vittore di Milano. Non era un festival ma si era in carcere. Sono evasi così, lunedì 29 novembre, i membri del Gruppo della Trasgressione, senza varcare neanche un cancello di San Vittore.

Non erano detenuti qualunque, erano quelli del Gruppo della Trasgressione. Un gruppo di studio e  di lavoro che da 13 anni opera nelle carceri di San Vittore, Opera e Bollate. Quando qualcuno crede con passione, con cuore, con professionalità che la pena debba tendere alla rieducazione del condannato, come dice l’articolo 27 della Costituzione, allora il risultato può essere questo: il mito di Sisifo come alleato e come strumento, per crescere, fare strada e ricostruire progetti comuni, sociali e civili. Per davvero.

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Luce e verità

Giovedì, dopo la rassegna stampa, Bruno Ambrosi si è alzato in piedi e ha presentato un signore con la montatura degli occhiali massiccia e forte che stava seduto accanto a lui.

Carlo Caffari, ligure, operatore Rai, è stato il primo ad arrivare con la telecamera dentro alla Banca dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano il 12 dicembre di quaranta anni fa. Solo pochi minuti di girato, poiché si era messo in tasca un nastro troppo breve. Poche immagini, le prime, di quel giorno.

Caffari racconta: senza commenti né parentesi, mentre parla mostra, fa vedere, è strano stare ad ascoltarlo perché le parole che pronuncia non parlano ma vedono.  Il buco dell’esplosione ripreso dal basso, qualcuno che fa capolino, sul bancone il cappello che era un Borsalino, e poi la melma di fumo e sangue: ecco Piazza Fontana

Caffari parla di luci e buio in un continuo tentativo di mettere a fuoco: “durante i funerali a Milano è venuta notte”, dice, “si accesero i lampioni in Piazza Duomo in pieno giorno”. E poi aggiunge “fu l’inizio di un periodo scuro, buio, che ci trasciniamo ancora dietro senza fare luce né verità”.

Caffari è stato operatore di guerra, ha girato il mondo con la telecamera, il “suo giocattolo, la sua scimmietta”, come la chiama lui, abbarbicata al braccio, perfino in mare, sott’acqua.

Caffari c’era e riprendeva, e produrre immagini per lui non significa assistere agli eventi ma farli.

È  straordinario sentirgli dire “Ho messo giù il Cristo negli abissi nel 1955, io ero l’operatore che riprendeva”. Dalla Madonna della Guardia in Costa d’Avorio, all’Andrea Goria al largo di Nuntacket, fino al tetto del mondo in Pamir. Dal mare di Achab e Moby Dick alle tappe del viaggio di Marco Polo, Caffari c’era con la sua scimmietta in spalla nei luoghi del Mito a fare la realtà che diventa Storia grazie alle immagini.

“Chi fa questo mestiere non può distinguere tra ciò che è importante e cosa no, se si gira un servizio con la mano sinistra è finita. Ho speso una vita dietro alla macchina da presa. Questo mestiere, che mi ha dato pane e companatico, se riavvolgessimo la bobina in testa io lo rifarei, perché lo ho fatto per me. Il segreto è fare un mestiere per sé e per la propria persona”. E poi aggiunge “Ho una fortuna particolare perché ho buona memoria, mi vanto di avere un po’ di memoria, ma la memoria è l’unica cosa che non si può lasciare in eredità, per questo si lasciano le immagini e ci si ritira per lasciare spazio agli altri. Non si può lasciare in eredità l’esperienza, a un certo punto bisogna staccare, ci sono i giovani, devono andare i giovani. Da quando sono andato in pensione nel 1999 ho avuto altre proposte di lavoro: le ho rifiutate e ho pianto. Ma ho avuto la forza di non cedere alla nostalgia e di lasciare il posto a qualcun altro”.

Dal 1953-1999 la carriera di Caffari, come ha detto lui stesso, chiudendo la carrellata di immagini e suggestioni prima di congedarsi dai 30 apprendisti stregoni del Master in Giornalismo della Walter Tobagi alla vigilia del 40° anniversario della strage di Piazza Fontana, “46 anni di immagini, e basta”.