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Il coraggio de L’Aquila

È passato un anno e mezzo dal terremoto.  Oggi a L’Aquila ci sono macerie, neve e l’eco di quel boato che continua a scuotere da dentro le persone. C’è voglia di ricominciare, a L’Aquila, di ricostruire senza aspettare promesse vane, c’è voglia di riscatto e di partecipazione. Gli Aquilani sono feriti? sì. Sono affranti? no. Sono delusi? sì. Sono disillusi? no. Sono arrabbiati? si. Sono inermi? no.  Ciò che mi ha colpito di più nei tre giorni trascorsi a L’Aquila sono l’ospitalità, la dignità, la lucidità  e la voglia di rinascere degli Aquilani. Il torronificio Nurzia in piazza Duomo ha riaperto senza più aspettare autorizzazioni né licenze. L’acqua ha ripreso a scorrere dalle 99 cannelle della fontana dove nel 1254 nacque la città. Il conservatorio Alfredo Casella suona gli strumenti di 1000 ragazzi iscritti, il centro diroccato dentro le mura del castello si popola la sera di frotte di giovani, “non la abbandoniamo questa città”, dicono. C’è un’attenzione alla politica e all’attualità che nemmeno alla scuola di giornalismo, perché qui essere informati è una necessita. Gli aquilani si aspettano qualcosa dal governo e seguono con attenzione, con partecipazione, con responsabilità ogni mossa della politica. Ma intanto non stanno solo ad aspettare. Sulle transenne della zona rossa, accanto alle chiavi delle case abbandonate sta scritto “non voglio più passeggiare in un centro commerciale, ma in un centro storico”. Ora che case e chiese sono a pezzi i luoghi di ritrovo sono i centri commerciali, ma agli aquilani non piacciono e vogliono riappropriarsi della città, quella vera. Al di là di ogni altra considerazione la sensazione che si ha passando per L’Aquila in questi giorni è quella di una città attenta e vigile, dignitosa e fiera che ha un progetto in cui crede: la ricostruzione. Ha un appartenenza: la memoria comune. Ha un’identità: ciò che resiste al terremoto e che vuole rinascere.