Nato Libero

«Imprenditore siciliano, consapevole del grave rischio cui si esponeva, sfidava la mafia denunciando pubblicamente richieste di estorsioni e collaborando con le competenti Autorità nell’individuazione dei malviventi. Per tale non comune coraggio e per il costante impegno nell’opporsi al criminale ricatto rimaneva vittima di un vile attentato. Splendido esempio di integrità morale e di elette virtù civiche, spinte sino all’estremo sacrificio.»

A Libero Grassi fu conferita la medaglia d’oro al valore. Era un Siciliano, Libero. Nato a Catania il 19 luglio del 1924. I genitori gli diedero il nome di Libero in ricordo dell’omicidio di Giacomo Matteotti, ucciso dal fascismo il 10 giugno dello stesso anno. Per non prendere parte alla guerra di Mussolini Libero entrerà in seminario da cui uscirà dopo la liberazione per continuare gli studi di scienze politiche a Roma. Poi passerà a giurisprudenza a Palermo. Pur volendo fare il diplomatico comincia a lavorare come commerciante, il mestiere del padre.

Divenne imprenditore. Si rifiutò di pagare il pizzo alla mafia. Non ricevette nessun appoggio da parte delle associazioni di categoria. I suoi dipendenti lo aiutarono facendo scoprire degli emissari, ma la situazione peggiorò. Libero pubblicò sul Giornale di Sicilia una lettera sul suo rifiuto a cedere ai ricatti della mafia. Intervenne in tv in Italia e all’estero. Libero Grassi fu ucciso il 29 agosto del 1991 dalla mafia, dopo avere intrapreso un’azione solitaria contro le richieste di estorsione della mafia. Questa la storia di Grassi, un siciliano normale, ma Libero.

A Paris

Parigi è tutta vicina e in ciò sta la sua grandezza. Prevèrt la descrive così nelle sue poesie. La Parigi piccola di Prevèrt è grande abbastanza per essere uno “spazio di libertà” per  Valeria Spotorno che lì ha vissuto e che tiene un filo diretto con la città. Con il suo blog.

Colazione a Montmartre è una finestra su Parigi e sulla Francia, notizie fresche e dettagli gustosi della Ville Lumière da apprezzare a tutte le ore del giorno, non solo a colazione. Una zona franca, anzi francese di cui Valeria approfitta per sentirsi ovunque sempre un po’ a Parigi. Una fuga e un ritorno da condividere con chiunque abbia il piacere di spartire ricordi e vissuti parigini e non solo.

Le notizie che si trovano sul blog sono sfiziose e ricercate, le foto ironiche e deliziose come quelle dei Post Adieu treni galeotti e Baguette nippovestita. Tra meteo, aste, mutui e informazioni su corsi per casalighi suggeriamo a Veleria un nuovo post sulla Comedie Francaise. Il teatro fondato nel 1680 dal Re Sole che da 13 febbraio al 29 giugno di quest’anno tra le opere di Molière e Marivaux vedrà in cartellone il “Mystère Buffe” del nostro Dario Fo. Qualcosa di cui l’Italia può essere orgogliosa, anche a Parigi.

Ribelli per responsabilità

 

foto di Daria Scaglia

A chi scriva “Niscemi” nella barra del motore di ricerca compaiono in cima alla lista due notizie. Fino a una settimana fa Niscemi era una piccolo comune siciliano in provincia di Caltanissetta tristemente noto alle cronache per l’omicidio di Lorena, una ragazzina di 14 anni uccisa da tre suoi coetanei nella primavera del 2008.

Nell’ultima fredda settimana del gennaio 2010 Niscemi è tornata alla ribalta nelle cronache nazionali. La protagonista è di nuovo una ragazza, ma la storia questa volta e una storia di vita, di nascita e di coraggio.

Una giovane donna di 25 anni era rimasta incinta in una relazione extraconiugale. La famiglia e i consigli sensati le avevano suggerito di abortire, per non suscitare chiacchiere né scandalo. Ma talvolta le cose giuste non è detto che siano buone. La giovane donna ha considerato che la cosa giusta che l’era stata suggerita non fosse buona per lei, e ha trasgredito. 

Studentessa fuori sede, la giovane donna ha finto di doversi allontanare per qulache tempo per motivi di studio. Ed è andata a cercare aiuto in un convento di suore, dove ha portato avanti la gravidanza e pochi giorni fa è nata la sua bambina, di cui ignoro il nome, ma che qui chiamerò Maria: il nome che custodisce il mito e il mistero della maternità.

Maria è nata, dalla trasgressione e dalla responsabilità di sua madre. Sua madre ha trasgredito due volte ai consigli sensati, è rimasta incinta e ha messo alla luce Maria.

Stimo questa giovane donna perché ha saputo ribellarsi e insieme chiedere aiuto. Spesso capita che chi si ribella si faccia prendere da uno strano delirio di onnipotenza che gli fa pensare d’essere solo al mondo, di avere la verità e la forza in tasca. A volte chi si ribella spezza la relazione con gli altri, con tutto e tutti per inseguire un’idea, un sogno, un’ambizione, o la sua disperazione. A volte chi si ribella comincia un percorso di autodistruzione, perchè ribellandosi taglia i ponti con gli altri, e si ritrova solo e arrabbiato.

La giovane donna di Niscemi si è ribellata, si è allontanata dalla sua famiglia, dalla sua comunità, non per rabbia però, ma per amore. La forza che le veniva dalla bambina che teneva in grembo era più forte del rifiuto che aveva ricevuto. Ha trovato il coraggio di fidarsi di qulcuno e di chiedere aiuto per sé e per la sua bambina. Ne ha avurto il coraggio: è la forza di empatia e di relazione nella fragilità di cui questa giovane donna della mia età è stata capace ciò che ammiro in lei.

In un momento in cui si assiste a tanti tristi atti di fuga dalle responsabilità, la storia di Maria e di sua madre è trasgressiva e tenera, fragile e scandalosa: perché è vera. In una società dallo scandalo facile e perverso, Maria venendo al mondo porta con sé il significato originale dello scandalo come rivoluzione.

Scandalo significa ostacolo. La verità è ostacolo per il corso banale delle cose. L’ostacolo cambia il corso del fiume, segna un nuovo inizio, una nuova via e una nuova verità, la ri-nascita e la vita. Maria è scandalo e dolcezza. Benvenuta Maria, Benvenuta a Niscemi e al mondo come segno di scandalo e di vita.

L’Arte rinnova i popoli e ne rivela la vita

Ricominciamo con una città intensa, Palermo. Con un teatro importante, il Massimo, e con un’epigrafe superba che parla di arte e d’avvenire, di popoli e di vita. Un bell’inizio credo, per riprenderci al Massimo: soprattutto da quando grazie al suo sovrintendente Antonio Cognata il teatro di Palermo sta vivendo una rinascita e il riscatto.

«L’Arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparare l’avvenire».  Così sta scritto sulle colonne e sopra i leoni della facciata del teatro.  “Detto Massimo, essendo per la sua vastità e capacità il terzo in Europa, cioè vien subito dopo l’Opéra di Parigi e il Teatro dell’Opera imperiale di Vienna”, come riporta l’«illustrazione italiana», nel numero del 6 giugno 1897.

Il comune di Palermo affidò la direzione delle opere per la costruzione del teatro cittadino al progettista Basile nell’ottobre del 1874.  La posa della prima pietra, alla presenza dell’allora Sindaco Emanuele Notarbartolo di S. Giovanni, avvenne il 12 gennaio 1875 durante una solenne cerimonia durante la quale Nicolò Turrisi Colonna pronunciò un discorso celebrativo. Turrisi Colonna due volte sindaco di Palermo, impegnato nella lotta politica antiborbonica, fu Ministro dell’Agricoltura e del Commercio del provvisorio governo rivoluzionario siciliano, nel 1860 ricevette gli onori di Garibaldi, nel 1865 divenne senatore del Regno d’Italia. Giovan Battista Filippo Basile autore di diversi progetti in Sicilia, saggi critici, riviste, libri e testi didattici cominciò la progettazione e la costruzione del Massimo terminato poi dal figlio Ernesto, grande maestro di Liberty. Notarbartlo, uomo politico italiano è stato la prima vittima eccellente della mafia. Nasce così il Massimo, grande fin dal principio, sotto lo sguardo di personalità importanti che rappresentano ancora la parte gloriosa e fiera della storia complessa di una città magnifica e contraddittoria.

Oggi il Sovrintendente del Massimo di Palermo è Antonio Cognata, il primo economista al vertice di un teatro italiano. Cognata è il primo e l’unico che pur occupandosi d’arte e spettacolo è costretto a girare con la scorta armata perché ha già ricevuto una minaccia e un’aggressione. Nell’aprile scorso è stato picchiato sotto casa. Non ha chiesto lui la scorta. Gli è stata imposta dal comitato che disciplina l’ordine pubblico. Antonio Cognata sovrintende il teatro Massimo dal 2005. Quando è arrivato il teatro aveva un debito su conto corrente di 26 milioni di euro, che maturava in continuazione interessi passivi, e l’anno precedente era stato denunciato un rosso di 11 milioni di euro. Cognata ha applicato una strategia di tagli: dal telefono al budget degli artisti, dai trasporti agli acquisti, dalle fotocopie al cachet dei direttori. I risultati furono subito evidenti: nel 2002 il teatro  fece 11 milioni e mezzo di perdite, nel 2008 con un numero più alto di spettacoli rispetto a quell’anno, ci sono stati 10 milioni di costi in meno. «Nulla di magico», commenta Cognata »La formula è semplice: spendere bene le risorse che hai. Se spendi il minimo per comprare una matita che dura, è fatta. Le risorse quasi per miracolo si moltiplicano».Oggi il teatro ha per la prima volta in tutta la sua storia uno sponsor privato. Il Banco di Sicilia, partner Unicredit. prima nessuno osava rischiare col Massimo, in questo modo s’innescava un circolo vizioso perché i tetari senza soci privati vengono penalizzati dal Fus  (Fondo Unico per lo Spettacolo). Ma oggi questo non è più un problema per il teatro di Palermo.

Cognata sta facendo bene il suo mestiere, è un economista, ama l’arte e ha fatto rinascere il teatro Massimo di Palermo: dai debiti al bilancio attuale. Non solo in pareggio. Di più: in attivo.

Dopo gli anni bui culminati nella stagione delle grandi stragi. Anche nel cinema: nel 1990 il teatro Massimo è stato lo scenario di alcune riprese del film Il padrino – Parrte III di Francis Ford Coppola, con Al Pacino, Andy Garcia e Sofia Coppola in cui il Padrino Michael Corleone si reca a Palermo per assistere al debutto del figlio nella Cavalleria rusticana di Mascagni. Oggi il Massimo è diventato il simbolo di un riscatto possibile. L’esempio del teatro è per la sua città un riferimento tra le tante pecche dell’amministrazioni del Sud. Il Massimo è un modello per le aziende e gli enti sull’ orlo del crack, che putroppo non mancano a Palermo: a cominciare dall’ Amia, l’azienda che si occupa della raccolta dei rifiuti e che, fra Natale e Capodanno, ha lasciato la città sommersa. Teatro Massimo compreso. Purtroppo abbiamo visto tutti le foto del disastro della spazzatura intorno al teatro con lo sfondo delle sue colonne illuminate a festa.

Antonio Cognata e il suo collaboratore e vice presidente Beppe dell’ Aira, stanno mostrando che, nella citta bifronte dei contrasti, esiste un modo concreto di  interpretare quell’epigrafe ambiziosa: «Vano delle scene il diletto ove non miri a preparare l’avvenire».

Tutti al Massimo dunque, che è appena cominciata la nuova stagione 2010.

Per amore del mio popolo non tacerò

Oggi ho ricevuto una mail da uno scout, una bella mail in cui si citava un altro scout, Don Peppe Diana. Chi è Don Peppe Diana?

Uomo, prete, scout. Giuseppe Diana (Casal di principe, 4 luglio 1958 -Casal di Principe, 19 marzo 1994), studiò al seminario di Posillipo, sede della Pontificia Facoltà teologica dell’Italia Meridionale e si laureò in Filosofia alla Federico II di Napoli.  Divenne scout a 20 anni e a 24 fu ordinato sacerdote. Dal 19 settembre 1989 era parroco di San Nicola di Bari in Casal di Principe. Successivamente divenne segretario del vescovo della diocesi di Aversa.

Alle 7.30 del 19 marzo 1994, giorno del suo onomastico, don Giuseppe Diana fu assassinato dalla camorra nella sacrestia della chiesa in cui si stava preparando per celebrare la messa del mattino.

Lo scritto più noto di don Peppe Diana in cui è palese il suo impegno antimafia è la lettera “Per amore del mio popolo”, un testo che don Diana scrisse e diffuse in occasione del Santo Natale del 1991 in tutte le chiese di Casal di Principe e della zona aversana.

Dedico a don Peppe Diana questo post degli ultimi innevati giorni di Avvento nell’anno del 15° anniversario della sua uccisione a Casal di Principe. E invito chi mi legge a conoscere il testo di “Per amore del mio popolo”. http://www.dongiuseppediana.it/default1.asp?active_page_id=223

Don Peppe Diana conclude il suo messaggio natalizio con un appello che titola così: “Non una conclusione, ma un inizio”.

Chiunque sia scout non può non leggere in questa frase il senso della “Partenza”:

“Non è strada di chi parte e già vuole arrivare

non la strada dei sicuri, dei sicuri di riuscire

non è fatta per chi è fermo per chi non vuol cambiare

E’ la strada di chi parte e arriva per partire”. 

“Perché lo Scout non arriva, ma parte. Ogni mattina”, scrive lo scout della mail che ho ricevuto oggi, ma in fondo si tratta di una condizione che può appartenere a tutti, scout e non: “a volte capita di aver paura di crescere. E’ il distacco che ci fa paura. A partire dalla quello apparentemente più semplice: il distacco da sé stessi, ovvero comprendere che è possibile fare qualcosa di più per gli altri che ci stanno accanto ogni giorno”.
Si può fare, senza cedere a romantici eroismi o facili entusiasmi, perché come diceva Don Peppe Diana ai suoi parrocchiani, “non c’è bisogno di essere eroi, basterebbe ritrovare il coraggio di aver paura, il coraggio di fare delle scelte”.

Come mi batte forte il tuo cuore

Come mi batte forte il tuo cuore“, è il verso di una poetessa polacca, ed è anche il verso dell’empatia che Benetta Tobagi ha scelto come titolo del libro dedicato al padre Walter Tobagi (Spoleto, 18 marzo 1947 – Milano, 28 maggio 1980) e alla sua storia.

Verità a amore possono essere ciechi, dice Benedetta Tobagi, quando perdono completamente il senso del limite, come nel caso del terrorismo. Allora più che di idealismo si tratta di infantilismo. L’amore e la verità possono diventare disumani perchè resi astratti e non concreti. Il male è la mancanza di empatia, ovvero della capacità di percepire l’altro come sé: amore e verità sono e  devono essere collegati alle persone concrete. Qui sta il problema del rispetto della verità e delle persone, su cui occorre costruire la giusta distanza critica.

La verità è scandalo, dice Benedetta, e la violenza distrugge le persone perchè instilla il pensiero che non valga la pena di fare più niente.

Benedetta racconta che è stato proprio il padre la persona che le è stata più d’aiuto nello scrivere il libro. Dialogando con le carte del padre Benedetta scopre una figura integra e motivata a salvarla dalla deriva del cinismo, instillando in lei la persuasione che “vale sempre la pena, comunque”.

Alle domande: chi glielo ha fatto fare? Padre mio perché mi hai abbandonato? Benedetta risponde ascoltando la voce del padre assente attraverso un enorme e dolce sforzo di empatia, e ne deduce che vale sempre la pena, e la nostra scuola di giornalismo che porta il suo nome ne è la prova, dice Benedetta.  

Walter Tobagi, annotava le cose che non capiva bene: riempire le parole e ridefinire i termini, è questa oggi la sfida.

Luce e verità

Giovedì, dopo la rassegna stampa, Bruno Ambrosi si è alzato in piedi e ha presentato un signore con la montatura degli occhiali massiccia e forte che stava seduto accanto a lui.

Carlo Caffari, ligure, operatore Rai, è stato il primo ad arrivare con la telecamera dentro alla Banca dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano il 12 dicembre di quaranta anni fa. Solo pochi minuti di girato, poiché si era messo in tasca un nastro troppo breve. Poche immagini, le prime, di quel giorno.

Caffari racconta: senza commenti né parentesi, mentre parla mostra, fa vedere, è strano stare ad ascoltarlo perché le parole che pronuncia non parlano ma vedono.  Il buco dell’esplosione ripreso dal basso, qualcuno che fa capolino, sul bancone il cappello che era un Borsalino, e poi la melma di fumo e sangue: ecco Piazza Fontana

Caffari parla di luci e buio in un continuo tentativo di mettere a fuoco: “durante i funerali a Milano è venuta notte”, dice, “si accesero i lampioni in Piazza Duomo in pieno giorno”. E poi aggiunge “fu l’inizio di un periodo scuro, buio, che ci trasciniamo ancora dietro senza fare luce né verità”.

Caffari è stato operatore di guerra, ha girato il mondo con la telecamera, il “suo giocattolo, la sua scimmietta”, come la chiama lui, abbarbicata al braccio, perfino in mare, sott’acqua.

Caffari c’era e riprendeva, e produrre immagini per lui non significa assistere agli eventi ma farli.

È  straordinario sentirgli dire “Ho messo giù il Cristo negli abissi nel 1955, io ero l’operatore che riprendeva”. Dalla Madonna della Guardia in Costa d’Avorio, all’Andrea Goria al largo di Nuntacket, fino al tetto del mondo in Pamir. Dal mare di Achab e Moby Dick alle tappe del viaggio di Marco Polo, Caffari c’era con la sua scimmietta in spalla nei luoghi del Mito a fare la realtà che diventa Storia grazie alle immagini.

“Chi fa questo mestiere non può distinguere tra ciò che è importante e cosa no, se si gira un servizio con la mano sinistra è finita. Ho speso una vita dietro alla macchina da presa. Questo mestiere, che mi ha dato pane e companatico, se riavvolgessimo la bobina in testa io lo rifarei, perché lo ho fatto per me. Il segreto è fare un mestiere per sé e per la propria persona”. E poi aggiunge “Ho una fortuna particolare perché ho buona memoria, mi vanto di avere un po’ di memoria, ma la memoria è l’unica cosa che non si può lasciare in eredità, per questo si lasciano le immagini e ci si ritira per lasciare spazio agli altri. Non si può lasciare in eredità l’esperienza, a un certo punto bisogna staccare, ci sono i giovani, devono andare i giovani. Da quando sono andato in pensione nel 1999 ho avuto altre proposte di lavoro: le ho rifiutate e ho pianto. Ma ho avuto la forza di non cedere alla nostalgia e di lasciare il posto a qualcun altro”.

Dal 1953-1999 la carriera di Caffari, come ha detto lui stesso, chiudendo la carrellata di immagini e suggestioni prima di congedarsi dai 30 apprendisti stregoni del Master in Giornalismo della Walter Tobagi alla vigilia del 40° anniversario della strage di Piazza Fontana, “46 anni di immagini, e basta”.