La prima fila

MILANO – Oggi dopo la lezione di storia sono andata al cinema. Ho visto il film di Renato de Maria, la pellicola ispirata a Miccia Corta, il libro di Sergio Segio, uno dei fondatori del gruppo armato Prima Linea. Ero arrivata mezz’ora prima dell’inizio della proiezione, la sala Fedra del cinema Apollo era deserta.

Seduta tra le poltrone rosse in attesa dell’inizio del film mi è tornato in mente l’articolo uscito sulla Stampa il 13 novembre scorso, quello scritto da Mario Calabresi, il figlio del Commissario Luigi, ucciso a Milano nel 1972, quando l’attuale direttore del quotidiano torinese aveva solo due anni. 

In quell’articolo Calabresi raccontava di essere andato all’anteprima di Prima Linea, con Marco Alessandrini, il figlio del magistrato cui Sergio Segio e Marco Donat-Cattin  spararono la mattina del 29 gennaio del 1979 perché “era uno bravo”. Quell’omicidio è il punto di svolta del film La Prima Linea, che stavo per vedere.

Così mi sono ricordata  anche del commento al film pubblicato qualche settimana fa su Repubblica da Benedetta Tobagi, la figlia del giornalista ucciso il 28 maggio del 1980, che dà il nome alla mia scuola di giornalismo; e di quello di Giuseppe Galli, il figlio del magistrato ammazzato nel 1980 sempre da Segio, come Alessandrini, ma che, a differenza di questi, non compare nel film nemmeno con una vaga citazione.  

Dell’articolo di Galli, sul Corriere della sera di sabato 21 novembre, mi aveva colpito soprattutto la frase finale :”Oggi, mentre Sergio Segio può uscire con la seconda edizione del libro Miccia corta, Guido Galli esiste solo perché ha 17 mesi, ed è mio figlio”.

Mentre la gente cominciava a entrare in sala e io guardavo davanti a me le file di poltrone vuote nel cinema, ho immaginato Calabresi e Alessandrini seduti in una sala anch’essa deserta, due settimane fa, in un cinema di Torino, e li ho sentiti vicini come se fossero seduti lì, davanti a me, con accanto la Tobagi e Galli. Mi sono sentita dentro alla storia molto e di più di quanto mi sia successo poi, durante la visione del film.

Mi piace pensare che sono rimasti i figli, che oggi hanno quasi quarant’anni e sono andati a vedere il film La prima linea, in anteprima,  per vigilare sulla memoria.

Mi piace pensare che al di là delle lacune e delle omissioni il piccolo Guido vive portando nel nome il ricordo, e, senza saperlo né volerlo, fa rivivere con i suoi 17 mesi una memoria delicata e importante.

Quando si sono riaccese le luci  in sala alla fine della proiezione, sentivo la presenza di quei figli adulti, come se avessero visto il film, davanti a me, seduti in prima fila. Mi sono sentita coinvolta e protetta, guidata e partecipe.

Penso che sia stato interssante vedere la storia di prima Linea raccontata dal punto di vista dei terroristi, ma guardarla attraverso il filtro dei commenti, delle critiche e delle riflessioni dei figli della vittime, è stato decisamente importante per interpretare e collocare passaggi delicati e lacune che una scelta registica così audace difficilmente avrebbe potuto esaurire.

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