dicembre 20, 2009 alle 9:33 pm · Archiviato in Umbria ed etichettato con: Empatia, figli, Poesia, resistere, responsabilità, Szymborska, Tobagi, Verità
“Come mi batte forte il tuo cuore“, è il verso di una poetessa polacca, ed è anche il verso dell’empatia che Benetta Tobagi ha scelto come titolo del libro dedicato al padre Walter Tobagi (Spoleto, 18 marzo 1947 – Milano, 28 maggio 1980) e alla sua storia.
Verità a amore possono essere ciechi, dice Benedetta Tobagi, quando perdono completamente il senso del limite, come nel caso del terrorismo. Allora più che di idealismo si tratta di infantilismo. L’amore e la verità possono diventare disumani perchè resi astratti e non concreti. Il male è la mancanza di empatia, ovvero della capacità di percepire l’altro come sé: amore e verità sono e devono essere collegati alle persone concrete. Qui sta il problema del rispetto della verità e delle persone, su cui occorre costruire la giusta distanza critica.
La verità è scandalo, dice Benedetta, e la violenza distrugge le persone perchè instilla il pensiero che non valga la pena di fare più niente.
Benedetta racconta che è stato proprio il padre la persona che le è stata più d’aiuto nello scrivere il libro. Dialogando con le carte del padre Benedetta scopre una figura integra e motivata a salvarla dalla deriva del cinismo, instillando in lei la persuasione che “vale sempre la pena, comunque”.
Alle domande: chi glielo ha fatto fare? Padre mio perché mi hai abbandonato? Benedetta risponde ascoltando la voce del padre assente attraverso un enorme e dolce sforzo di empatia, e ne deduce che vale sempre la pena, e la nostra scuola di giornalismo che porta il suo nome ne è la prova, dice Benedetta.
Walter Tobagi, annotava le cose che non capiva bene: riempire le parole e ridefinire i termini, è questa oggi la sfida.
novembre 26, 2009 alle 1:53 am · Archiviato in Lombardia ed etichettato con: Alessandrini, Calabresi, cinema, figli, Galli, memoria, poltrone, Prima Linea, terroristi, Tobagi
MILANO – Oggi dopo la lezione di storia sono andata al cinema. Ho visto il film di Renato de Maria, la pellicola ispirata a Miccia Corta, il libro di Sergio Segio, uno dei fondatori del gruppo armato Prima Linea. Ero arrivata mezz’ora prima dell’inizio della proiezione, la sala Fedra del cinema Apollo era deserta.
Seduta tra le poltrone rosse in attesa dell’inizio del film mi è tornato in mente l’articolo uscito sulla Stampa il 13 novembre scorso, quello scritto da Mario Calabresi, il figlio del Commissario Luigi, ucciso a Milano nel 1972, quando l’attuale direttore del quotidiano torinese aveva solo due anni.
In quell’articolo Calabresi raccontava di essere andato all’anteprima di Prima Linea, con Marco Alessandrini, il figlio del magistrato cui Sergio Segio e Marco Donat-Cattin spararono la mattina del 29 gennaio del 1979 perché “era uno bravo”. Quell’omicidio è il punto di svolta del film La Prima Linea, che stavo per vedere.
Così mi sono ricordata anche del commento al film pubblicato qualche settimana fa su Repubblica da Benedetta Tobagi, la figlia del giornalista ucciso il 28 maggio del 1980, che dà il nome alla mia scuola di giornalismo; e di quello di Giuseppe Galli, il figlio del magistrato ammazzato nel 1980 sempre da Segio, come Alessandrini, ma che, a differenza di questi, non compare nel film nemmeno con una vaga citazione.
Dell’articolo di Galli, sul Corriere della sera di sabato 21 novembre, mi aveva colpito soprattutto la frase finale :”Oggi, mentre Sergio Segio può uscire con la seconda edizione del libro Miccia corta, Guido Galli esiste solo perché ha 17 mesi, ed è mio figlio”.
Mentre la gente cominciava a entrare in sala e io guardavo davanti a me le file di poltrone vuote nel cinema, ho immaginato Calabresi e Alessandrini seduti in una sala anch’essa deserta, due settimane fa, in un cinema di Torino, e li ho sentiti vicini come se fossero seduti lì, davanti a me, con accanto la Tobagi e Galli. Mi sono sentita dentro alla storia molto e di più di quanto mi sia successo poi, durante la visione del film.
Mi piace pensare che sono rimasti i figli, che oggi hanno quasi quarant’anni e sono andati a vedere il film La prima linea, in anteprima, per vigilare sulla memoria.
Mi piace pensare che al di là delle lacune e delle omissioni il piccolo Guido vive portando nel nome il ricordo, e, senza saperlo né volerlo, fa rivivere con i suoi 17 mesi una memoria delicata e importante.
Quando si sono riaccese le luci in sala alla fine della proiezione, sentivo la presenza di quei figli adulti, come se avessero visto il film, davanti a me, seduti in prima fila. Mi sono sentita coinvolta e protetta, guidata e partecipe.
Penso che sia stato interssante vedere la storia di prima Linea raccontata dal punto di vista dei terroristi, ma guardarla attraverso il filtro dei commenti, delle critiche e delle riflessioni dei figli della vittime, è stato decisamente importante per interpretare e collocare passaggi delicati e lacune che una scelta registica così audace difficilmente avrebbe potuto esaurire.