Il Filo di Sofia

Non dovevano fare quello che hanno fatto, volevano. Si deve quando non si è capaci, non si è convinti, non si vuole. Gherardo Colombo

Archivio per memoria

Luce e verità

Giovedì, dopo la rassegna stampa, Bruno Ambrosi si è alzato in piedi e ha presentato un signore con la montatura degli occhiali massiccia e forte che stava seduto accanto a lui.

Carlo Caffari, ligure, operatore Rai, è stato il primo ad arrivare con la telecamera dentro alla Banca dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano il 12 dicembre di quaranta anni fa. Solo pochi minuti di girato, poiché si era messo in tasca un nastro troppo breve. Poche immagini, le prime, di quel giorno.

Caffari racconta: senza commenti né parentesi, mentre parla mostra, fa vedere, è strano stare ad ascoltarlo perché le parole che pronuncia non parlano ma vedono.  Il buco dell’esplosione ripreso dal basso, qualcuno che fa capolino, sul bancone il cappello che era un Borsalino, e poi la melma di fumo e sangue: ecco Piazza Fontana

Caffari parla di luci e buio in un continuo tentativo di mettere a fuoco: “durante i funerali a Milano è venuta notte”, dice, “si accesero i lampioni in Piazza Duomo in pieno giorno”. E poi aggiunge “fu l’inizio di un periodo scuro, buio, che ci trasciniamo ancora dietro senza fare luce né verità”.

Caffari è stato operatore di guerra, ha girato il mondo con la telecamera, il “suo giocattolo, la sua scimmietta”, come la chiama lui, abbarbicata al braccio, perfino in mare, sott’acqua.

Caffari c’era e riprendeva, e produrre immagini per lui non significa assistere agli eventi ma farli.

È  straordinario sentirgli dire “Ho messo giù il Cristo negli abissi nel 1955, io ero l’operatore che riprendeva”. Dalla Madonna della Guardia in Costa d’Avorio, all’Andrea Goria al largo di Nuntacket, fino al tetto del mondo in Pamir. Dal mare di Achab e Moby Dick alle tappe del viaggio di Marco Polo, Caffari c’era con la sua scimmietta in spalla nei luoghi del Mito a fare la realtà che diventa Storia grazie alle immagini.

“Chi fa questo mestiere non può distinguere tra ciò che è importante e cosa no, se si gira un servizio con la mano sinistra è finita. Ho speso una vita dietro alla macchina da presa. Questo mestiere, che mi ha dato pane e companatico, se riavvolgessimo la bobina in testa io lo rifarei, perché lo ho fatto per me. Il segreto è fare un mestiere per sé e per la propria persona”. E poi aggiunge “Ho una fortuna particolare perché ho buona memoria, mi vanto di avere un po’ di memoria, ma la memoria è l’unica cosa che non si può lasciare in eredità, per questo si lasciano le immagini e ci si ritira per lasciare spazio agli altri. Non si può lasciare in eredità l’esperienza, a un certo punto bisogna staccare, ci sono i giovani, devono andare i giovani. Da quando sono andato in pensione nel 1999 ho avuto altre proposte di lavoro: le ho rifiutate e ho pianto. Ma ho avuto la forza di non cedere alla nostalgia e di lasciare il posto a qualcun altro”.

Dal 1953-1999 la carriera di Caffari, come ha detto lui stesso, chiudendo la carrellata di immagini e suggestioni prima di congedarsi dai 30 apprendisti stregoni del Master in Giornalismo della Walter Tobagi alla vigilia del 40° anniversario della strage di Piazza Fontana, “46 anni di immagini, e basta”.

La prima fila

MILANO – Oggi dopo la lezione di storia sono andata al cinema. Ho visto il film di Renato de Maria, la pellicola ispirata a Miccia Corta, il libro di Sergio Segio, uno dei fondatori del gruppo armato Prima Linea. Ero arrivata mezz’ora prima dell’inizio della proiezione, la sala Fedra del cinema Apollo era deserta.

Seduta tra le poltrone rosse in attesa dell’inizio del film mi è tornato in mente l’articolo uscito sulla Stampa il 13 novembre scorso, quello scritto da Mario Calabresi, il figlio del Commissario Luigi, ucciso a Milano nel 1972, quando l’attuale direttore del quotidiano torinese aveva solo due anni. 

In quell’articolo Calabresi raccontava di essere andato all’anteprima di Prima Linea, con Marco Alessandrini, il figlio del magistrato cui Sergio Segio e Marco Donat-Cattin  spararono la mattina del 29 gennaio del 1979 perché “era uno bravo”. Quell’omicidio è il punto di svolta del film La Prima Linea, che stavo per vedere.

Così mi sono ricordata  anche del commento al film pubblicato qualche settimana fa su Repubblica da Benedetta Tobagi, la figlia del giornalista ucciso il 28 maggio del 1980, che dà il nome alla mia scuola di giornalismo; e di quello di Giuseppe Galli, il figlio del magistrato ammazzato nel 1980 sempre da Segio, come Alessandrini, ma che, a differenza di questi, non compare nel film nemmeno con una vaga citazione.  

Dell’articolo di Galli, sul Corriere della sera di sabato 21 novembre, mi aveva colpito soprattutto la frase finale :”Oggi, mentre Sergio Segio può uscire con la seconda edizione del libro Miccia corta, Guido Galli esiste solo perché ha 17 mesi, ed è mio figlio”.

Mentre la gente cominciava a entrare in sala e io guardavo davanti a me le file di poltrone vuote nel cinema, ho immaginato Calabresi e Alessandrini seduti in una sala anch’essa deserta, due settimane fa, in un cinema di Torino, e li ho sentiti vicini come se fossero seduti lì, davanti a me, con accanto la Tobagi e Galli. Mi sono sentita dentro alla storia molto e di più di quanto mi sia successo poi, durante la visione del film.

Mi piace pensare che sono rimasti i figli, che oggi hanno quasi quarant’anni e sono andati a vedere il film La prima linea, in anteprima,  per vigilare sulla memoria.

Mi piace pensare che al di là delle lacune e delle omissioni il piccolo Guido vive portando nel nome il ricordo, e, senza saperlo né volerlo, fa rivivere con i suoi 17 mesi una memoria delicata e importante.

Quando si sono riaccese le luci  in sala alla fine della proiezione, sentivo la presenza di quei figli adulti, come se avessero visto il film, davanti a me, seduti in prima fila. Mi sono sentita coinvolta e protetta, guidata e partecipe.

Penso che sia stato interssante vedere la storia di prima Linea raccontata dal punto di vista dei terroristi, ma guardarla attraverso il filtro dei commenti, delle critiche e delle riflessioni dei figli della vittime, è stato decisamente importante per interpretare e collocare passaggi delicati e lacune che una scelta registica così audace difficilmente avrebbe potuto esaurire.

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